Pier Vittorio Tondelli
Pier Vittorio Tondelli

Altri libertini

(di Pier Vittorio Tondelli)

Pier: “Ho sempre scritto, da quando avevo sedici anni... Per me il fatto di scrivere è sempre stato legato al sogno, al desiderio. Quel primo testo - il dattiloscritto che ha preceduto Altri libertini - molte pagine, un linguaggio ricercato, con anche delle pretese strutturali notevoli, inviato alla casa editrice Feltrinelli, rivisto col senno di poi, diventa una questione molto personale, non pubblicabile .”

Altri libertini, l’opera migliore di Tondelli, è sicuramente la più completa, con le sue metamorfosi umane incanalate “senza soluzione di continuità” nella idolatrata voglia di viaggiare, nel mito cosciente di Bukowski e Burroughs, nella jazzistica coast to coast europea, nei compagni “cinematografari” di sventura; l’opera prima di Tondelli appare la migliore non per il poco valore delle altre (eccezionale la prova di Camere separate) ma per l’intrinseca, immediata, intuitiva empatia che da subito genera con il lettore, questi “altri libertini” (altri... ad aggiungersi a quelli passati) sembrano concludere un discorso interrotto e, in queste duecento pagine scarse scolate alla goccia, con sei episodi collegati da cortocircuiti colmi di turpiloquio e nefandezze col sorriso, gli “altri libertini” - lambrusco beat - arricchiscono la diatriba con il groviglio di carne sudata del sabato notte e le scorrazzate delle puttane in bici sulle piazze-bene di Reggio - Gran Trojajo (Le bellissime piazze di Reggio assomigliano alle vive di una Amsterdam non colorata, ne esuberante, ma vista attraverso il nero e i grigi delle prime opere di Van Gogh, intabarrata e nebbiosa e malinconica come nei cartoni di Pietro Ghizzardi e di altri eccentrici naïf).

Il fattore itinerante dello scazzo quotidiano si erge, insomma, come agnello da immolare alla libertà, anche e soprattutto sofferta, ma comunque fiera della propria indipendenza.

Come ebbe a sottolineare anche Massimo D’Alema in una breve recensione, Altri libertini è il manuale un po’ folle di tutti i sognatori, di certo non è il solito, banale ed abusato libr-onan da leggere con una mano sola. Veramente efficace questo mordace repertorio singhiozzante della culla post rivoluzionaria, alcova delle tramontate rivendicazione sessantottine: cuffietti peruviani, kebab e cous-cous, gommoni sui bordi della strada, Amsterdam, fumo e fernet, stazioni sudicie, sessorgasmo polimorfo, lacci emostatici e bustinedineve, takeaway e autostop, cessi, cessi rotti, cessi sporchi, Nanni mezzo assiderato, coltellate, amore, odio, un bel paio di Clarks rubate all’angolo, fame, umanità starnazzante ed umanità silenziosa, sbando, sballo, scazzo.

Tondelli si addentra, con questa raccolta di sei racconti, nelle anse di un mondo che fino a quel momento era rimasto dominio e demanio delle inchieste sociologiche, in un ambiente che suscita ribrezzo e scandalo ai più (fessi) o curiosità morbose come quella del giovane Carlo Emilio Gadda che chiese a Filippo De Pisis “come fanno l’amore gli omosessuali”, l’artista gli fornì l’icastica spiegazione con la sua “erre” arrotata: “Cavo il mio Gadda, questo geneve di vappovti si visolvono solitamente pev via ovale”. Tondelli sfata tabù inibenti e sbagliati e, in questo romanzo, ci parla del senso dell’amicizia intesa come ricerca dell’indispensabile solidarietà necessaria per sentirsi uomini, come della sacralità della parola d’onore, il marchio a fuoco che contraddistingue ogni singolo uomo ed i personaggi del libro (come quando, per sanare la crisi d’astinenza dell’amico Bibo, Giusy fa... beh, leggetevelo).

Ma sono i sogni che governano le redini di un Tondelli vagabondo ed autostoppista radicato prima nell’Emilia e poi nel mondo come fosse la sua casa, la sua grande famiglia, non con la volgare sciatteria dell’incauto ma con la gioia cosciente del libero libertino che ama la libertà, non come uno scarso imitatore nipotino di Kerouac ma come una persona slegata dai canoni semi-sacrali e falsi del “faccio quello che mi pare”; per Tondelli come per ogni persona sincera, la libertà non significava poter cagare in mezzo alla strada ma possedeva il senso profondo della conquista e della presenza indescrivibile della leggera umanità coraggiosa.

Tondelli non fu assolutamente la crisalide che molti, con scarsa intelligenza, descrissero come arenata nei melmosi meandri di una solitudine impregnata d’egocentrismo asfissiante (quanto gli piaceva la compagnia! No, la sua solitudine era metafisica ed in un certo senso in funzione della letteratura), non fu nemmeno il bieco trasformista dai freddi calcoli commerciali che sperperava il suo talento nel nome della money; anzi si avverte, nella sua maturazione umanistica (importante leggere i suoi libri rispettando l’ordine cronologico di uscita), una riconosciuta base comune ed indiscussa della scrittura: l’intreccio, Tondelli aveva bisogno di avvinghiare e districare intrecci e se la prova di Rimini può risultare più “leggibile” non è certo perché scade nel consumismo massmediatico della carta stampata ma perché la facoltà narrativa risulta perfezionata e ben stemperata nelle pause di riflessione esistenziale, che vanno spesso ad analizzare i dilemmi umani, anche i più drammatici. I problemi dei libri di Pier derivano dalla sua esperienza e lui affrontava queste difficoltà come ogni uomo le affronta, forse anche esorcizzandole con la narrazione di disperazioni cieche (Verso il silenzio in Camere separate), cavalcando la letteratura anche come un organismo simbiotico. No, non fu certo un cliente della rispettabile carta e inchiostro da supermercato ma un narratore eccezionale per la sua polivalenza totale che in Altri libertini trova l’acme versatile della comunicazione, questo suo primo libro è cioè straordinario per la sua duttilità.

Sì, è veramente bello. Una visione stramba del mondo. Un rigurgito d’amore per l’uomo.

Un inno alla libertà.

Mirko Roglia

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