le pagine di Planando per De Andrè
Tutti morimmo a stento

....... ingoiando l'ultima voce
tirando calci al vento
vedemmo sfumare la luce......."

Tutti Morimmo a Stento esce nel 1970, con il sottotitolo “Cantata in si minore per coro e orchestra”. I testi e le musiche sono di Fabrizio De Andrè, tranne “Cantico dei Drogati” (De Andrè e Mannerini) mentre la “Leggenda di Natale” è ispirata a La Pére Noel e la Petite Fille di Brassens.

All’interno una presentazione di Cesare Romano che non lessi: per me Faber era una questione privata, al di là delle spiegazioni e motivazioni. Forse, respirando quegli anni, la mia lettura era esatta, forse era parziale come può esserlo quella di una quattordicenne circondata da una società in lotta, dove il dialogo non esisteva né si cercava tanto erano distanti tra loro gli antagonisti. Da una parte il “potere costituito” (stato, genitori, bacchettoni all’insegna del “NO”) dall’altra un’orda più o meno variegata di ragazzi che andavano, ma non sapevano dove, riempiendosi la bocca di slogan, che spesso non capivano, ed il cervello di fumo o d’altro. Una forma di nichilismo in preparazione della nascita di una società nuova, giusta ed umana.

Età oscura e pericolosa, dove si cercavano nuovi ideali, nuovi riti di passaggio. E poiché il verbo era “O con noi o contro di noi”, la legge del branco passava spesso attraverso la droga, forza catalizzante con un potere distruttivo enorme, ma che significava per molti identità, sicurezza di appartenenza e, ovviamente, fuga da qualcosa che spaventava.

Chiudo qui questa pseudo presentazione assolutamente personale e quindi totalmente discutibile, finendo col dire che ancora una volta la voce di Faber rimase fuori dal coro, anarchica.

Una voce che non scende in piazza, non recita slogan ma va avanti per la sua strada a farci da coscienza. Il ruolo non è mutato negli anni, a controprova che le sue parole sono verità assolute, non legate a stereotipi o mode.

I brani dell'album

1. Cantico dei drogati
2. Primo intermezzo
3. Leggenda di Natale
4. Secondo intermezzo
5. Ballata degli impiccati
6. Inverno
7. Girotondo
8. Terzo intermezzo
9. Recitativo e Corale (leggenda del re infelice)

ma scelgo di parlare solo di alcuni di questi testi, quelli che mi sono più cari. D’altra parte se facessi diversamente rischierei di produrre una valanga di parole illeggibili.


  CANTICO dei DROGATI

Altro non è se non la presa di coscienza della propria autodistruzione totale.

La voce racconta e la musica la segue e ne sottolinea gli umori. Racconta di una vita in fuga verso orizzonti in un viaggio fasullo e suicida. Racconta della nostalgia di cose semplici, come il vento che sussurra tra le foglie. Racconta di incubi irreali, ma più veri della realtà, che perseguitano e che spogliano l’essere umano da tutto ciò che umano lo rendeva. Dove, come trovare il coraggio di ammettere d’aver paura con la propria madre, simbolo di amore anche per chi ha perduto la capacità di amare..


   BALLATA degli IMPICCATI

E’ la storia di tutti i condannati a morte per qualsiasi reato, di tutti i tempi, di tutte le razze, di tutte le religioni. Per il male fatto in un’ora la società umana, arrogandosi il potere che solo Dio dovrebbe avere, si è presa la loro vita.

L’inizio è il racconto dell’agonia, con quel “Tutti morimmo a stento” che dà il titolo all’album e che in quel “TUTTI”, sottolineato sia dalla voce di un De Andrè che non ammette repliche, sia dalla musica, comprende tutto il genere umano. In fondo è una promessa anche per i sopravvissuti, per i probi, per gli onesti.

Ed io l’ho sempre letta, anche nei versi successivi dove l’ultimo urlo, tanto potente quanto silenzioso, travolge il sole e le parole diventano cristalli immutabili nello spazio e nel tempo, come un richiamo non detto alla morte del Cristo.

In fondo, cosa c'è di diverso? E’ stato ucciso anch’egli dalla giustizia dell’uomo.

Ma il resto è una maledizione per ognuno di coloro che restano, che sfuggono alla tragedia con la derisione, l’insensibilità, la vergogna di dar memoria.

Come i 12 apostoli?

Ed è anche una promessa di vendetta: tutti dovremmo morire e per tutti l’aria diventerà stretta.


  RECITATIVO (due invocazioni ed un atto di accusa)

Le invocazioni sono rivolte ai potenti, ai semidei, a coloro che vivono staccati dall’umana angoscia, ai ricchi ed opulenti; la richiesta, semplice, umana, che proviene dal popolo dei derelitti (drogati e traviate) è di aver pietà.

C’è una domanda rivolta ai giudici (ma a tutti noi). Una domanda di un candore quasi infantile ma che in realtà sale da ogni cellula del nostro corpo, tanto è grande la ripulsa che ogni uomo prova già solo nel porla: ”Quanto giusta credete che sia una condanna che decreta morte?”

Alla fine il monito terribile, che non dà scampo e che dovrebbe accompagnarci in ogni istante della nostra esistenza: “Sappiate che la morte vi sorveglia”

Accusati e accusatori, vili ed eroi, colpevoli e innocenti, santi e malvagi, miserabili e potenti: alla fine la falce accomuna tutti.

Perché continuiamo a scordarcelo?.

Grazie Fabrizio.