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Jethro Tull: la storia del gruppo

Jethro Tull: discografia completa

La locandina del concerto
La locandina del concerto
Thick as a brick: cover del primo album
Thick as a brick: cover del primo album
Thick as a brick 2: cover del secondo album
Thick as a brick 2: cover del secondo album

Jethro Tull’s Ian Anderson
Thick as a brick 1&2

Il concerto di Trieste (sabato 1 dicembre 2012)

Il Rock di qualità ha tracciato una nuova strada che da alcuni anni ha marcato il suo percorso passando per la città di Trieste, divenuta in una piccola ma importante capitale del vecchio e inossidabile Progressive.

Merito di tutto questo che allieta gli appassionati provenienti anche da altre regioni e da oltre confine, l’inossidabile squadra dell’ Associazione Musica Libera che ha regalato un inedito spettacolo al Palasport di Chiarbola. Una serata che gli assenti rimpiangeranno di non aver avuto la possibilità di prendervi parte.

Numerose le apparizioni in Regione dei Jethro Tull, una storia iniziata nel 1997 a Spilimbergo con un annunciato sold out già in prevendita; da quella volta è stato un susseguirsi di numerose date in svariati luoghi e occasioni. Ora invece, nel 2012, è stata la volta di Trieste che ha potuto vivere una serata speciale sotto vari aspetti. Ma andiamo per ordine. Oltre alla prima cittadina assoluta della band di Anderson, in quest’anno che sta per terminare si celebra l’anniversario della pubblicazione del leggendario Thick as a brick, concept album storico della band e l’uscita ufficiale dell’inedito Thick as a brick II, ulteriore opera discografica realizzata come seguito del primo “mattone” di quarant’anni fa. Il bello è che entrambi gli album in questa serata, saranno suonati per intero nella loro sequenza originale; il primo addirittura, composto da due lunghe tracce per quarantacinque minuti, non era mai stato suonato nella sua integrità in nessun’occasione.

Ci sarà poi l’inserimento sul palco di un elemento estraneo alla consuetudine delle esibizioni live, ovvero un attore/cantante, punto di forza e vivacità in diversi momenti e l’inaspettato rimaneggiamento della formazione non solo nella line up ma anche nel nome, e ciò lascia chiaramente intendere la strada solistica intrapresa da Anderson. Questa volta, infatti, a presentarsi davanti al pubblico ci saranno Jehtro Tull’s Ian Anderson, con non poche perplessità e domande da parte di molti anche perché la formazione nuova lascia a casa lo storico chitarrista Martin Barre e il batterista Doane Perry, mentre rimangono confermati al loro posto David Goodier al basso e il più giovane John O’Hara alle tastiere. Gli altri due nuovi membri invece, per nulla sotto il livello richiesto, che non deluderanno nessuno per le loro performance, rispondono al nome di Florian Opahle (chitarra elettrica) e Scott Hammond (batteria), mentre Ryan O’Donnell è il già citato attore di cui parleremo più avanti.

Veniamo un attimo a questo seguito discografico, questa parte seconda che non giunge dopo pochi anni dalla prima. Che senso ha dare alle stampe un seguito dopo quarant’anni soprattutto se il primo era un diamante splendente? Il rischio che si corre è alto e dall’esito quasi scontato; solo i rumors di una prossima pubblicazione in un caso come questo, fanno temere il peggio per un’inutile mossa commerciale che senz’altro rischia di demolire il mito dei fans.

Oggi realizzare un Concept Album ha un significato diverso da quello che voleva dire negli anni ’60-’70. In quegli anni l’Opera Rock era una cosa nuova, le idee non mancavano, erano inedite, e via via che queste opere venivano presentate si sentiva uno sviluppo costante e continuo, lavoro dopo lavoro, artista dopo artista. E soprattutto erano delle vere e proprie storie. Oggi quindi la strada per una creazione simile è già spianata e pronta da percorrere con il rischio forse di doversi ripetere troppo facilmente.

Anderson invece ha sbaragliato le attese per due motivi. Il primo creando un lavoro che non è un banale seguito, una continuità della storia già narrata, anche perché in tal caso avrebbe dovuto farlo subito dopo il primo atto, ma un ritrovare il personaggio di Gerald Bostock dopo tutti questi anni, cresciuto, cambiato e vivente nei giorni nostri con tutto quello che ne consegue. Secondo, anche il modo di diffusione delle notizie è cambiato, soprattutto negli ultimi anni, quindi se il primo disco era contenuto in una confezione mai vista prima e consistente in un giornale sfogliabile i cui articoli erano i testi dei brani, ora anche in questo caso internet ci ha messo lo zampino e la cover si presenta come una prima pagina di un sito web con tanto di Community, Contact e Home, ma pure sempre con Gerald Bostock in prima pagina, anticipando la notizia chiedendosi Whatever happened to Gerald Bostock? (Cosa è successo a Gerald Bostock?).

Quindi un’evoluzione, un cambiamento dei tempi che avviene anche sul palco con la farsa di una fastidiosa telefonata al cellulare proprio di Anderson, il quale risponderà dicendo “…non è questo un buon momento per telefonare. Siamo nel mezzo del concerto.”, oppure proiezioni di schermate Skype per un collegamento con una violinista che suonerà in quello stesso set.

Ma anche la musica di questo nuovo lavoro ha fatto trovare delle sorprese, in quanto non necessariamente del tutto Progressive e con godibili ballate Folk e alcuni richiami al Celtico.

A tirar le somme, rispetto a tanti altri suoi colleghi che pubblicano qualcosa tanto per ritornare in carreggiata, Anderson ha fatto davvero un buon lavoro. La band sul palco è eccellente, il nostro protagonista in piena forma li guida in due distinti atti, uno per ogni album, creando una serata Rock che da un semplice concerto saprà dirigersi a momenti verso la performance teatrale, e in altri appena ma non eccessivamente verso il musical, quando è Ryan O’Donnell a cantare alcuni versi prima di ritornare il testimone vocale al protagonista. Azzeccata questa formula del cantante/attore perché nuova per uno spettacolo di questo genere, dove sul palco mima, segue ed esegue le movenze del nostro eroe quasi a rappresentare la sua ombra; una di quelle ombre sbarazzine e ribelli come si era abituati a vedere nelle animazioni di una volta, dove l’ombra appunto, per propria volontà non ci stava ed essere identica al personaggio e quindi con altri movimenti del tutto suoi faceva prevalere la propria indipendenza.

Qualcuno ha trovato da ridire sulla qualità della voce, ma ammettiamolo, gli anni passano per tutti e soprattutto dopo lo sforzo per più di quarant’anni di questo mestiere, penso che possiamo anche chiudere un occhio. Se poi pensiamo ad altri suoi colleghi che la voce non la possiedono proprio più per stare sopra ad un palco, allora possiamo dimenticare quest’unico neo.

Nulla purtroppo dura in eterno e anche la nostra serata volge al termine, ma non prima di un bis solamente, salutando il pubblico con una bellissima versione di Locomotive Breath da Aqualung del 1971.

Insomma, è stato un evento, uno spettacolo atteso che non ha deluso e piacevolmente oltre ad ogni aspettativa ha sorpreso.

Cristiano Pellizzaro

Pubblicato nel 2012

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