4. I respiri del progressive

Seconda parte: 1971 - 1972


Il 1971 è un anno eccezionale per quantità e qualità. La progressione subisce una brusca accelerata comune a tutti i maggiori gruppi Prog.

Emerson, Lake and Palmer pubblicano “Tarkus”, da molti considerato il loro capolavoro. Il lato uno è interamente occupato dall’omonima suite della durata di 21 minuti che possiede la particolarità unica di non riprendere mai i temi già trattati, quel flusso e riflusso che caratterizza costantemente le suite progressive. Il brano ha una forza esplosiva e volitiva ed un’atmosfera opprimente e greve, la band, pur essendo composta da ottimi solisti, trova in questo brano quella compattezza e simmetria che spesso mancherà nelle loro altre opere: “Tarkus” è considerato, non a torto, uno dei dieci classici nella Top della musica Progressive.

I Gentle Giant, con “Acquiring the taste”, affinano quella loro musica fatta di rock e canti medievali: “Pantagruel's nativity” e “The moon is down” sono dei veri capolavori di equilibrio e di armonia e la fusione delle voci e degli strumenti in questi brani rasenta la perfezione.

I Van Der Graaf Generator pubblicano, sempre nel 1971, “Pawn Hearts”, il loro capolavoro. La presenza di Robert Fripp alla chitarra fa aleggiare qua e là nell’album un’atmosfera vagamente crimsoniana, ma la contaminazione e le influenze sono moltissime in questo album. Occorre tenere presente che in questi stessi anni, oltre al Progressive, è in grande auge l’hard-rock e gruppi come i Led Zeppelin, i Deep Purple, gli Who, i Ten Years After, i Black Sabbath stanno producendo le loro opere migliori. Pur avendo un buon seguito, il Progressive, rispetto all’hard-rock, è sicuramente da considerarsi un genere di “nicchia”. Per questo motivo è molto più probabile che suonino sullo stesso palco solo gruppi hard rock o solo gruppi progressive che non un gruppo progressive ed uno hard-rock. Il ritrovarsi negli stessi locali, sugli stessi palchi, magari nelle stesse serate, fa sì che avvenga una sorta di osmosi naturale tra un gruppo e l’altro dello stesso movimento. Il brano di apertura di “Pawn Hearts”, “Lemmings” ricorda infatti quegli impasti tipici dei Gentle Giant, mentre l’imponente “Plague of lighthouse keepers”, che occupa un intero lato dell’album, seppur prolissa, ricorda da vicino le architetture dei King Crimson, lasciando però molto più spazio all’improvvisazione che, per musicisti provenienti dal jazz, è una necessità imprescindibile.

Nel frattempo i Pink Floyd pubblicano “Meddle”, album riflessivo che prosegue sulle linee tracciate da “Atom Heart Mother”, ma con tessiture sonore molto più precise ed attente ai dettagli. Da questo album, l’influenza di David Gilmour nel sound dei Pink Floyd comincia a diventare evidente, soprattutto nella lunga, omonima suite che occupa tutta la seconda facciata dell’album.

Esce contemporaneamente “Fourth” dei Soft Machine, album dal suono caldo ed essenziale, pur essendo, come al solito, un mix di free jazz, jazz tradizionale e psichedelia su una base progressive.

I Caravan pubblicano quello che è considerato il loro miglior album, “In the Land of Grey and Pink”, ricco di atmosfere eteree, in una fusione di jazz e di folk in sequenze complesse e inusuali.

Steve Howe Sempre nel 1971 gli Yes, con il nuovo chitarrista Steve Howe, pubblicano “The Yes Album” che consolida il loro sound e le loro tematiche fantascientifiche. Melodie folk ed improvvisi voli di organo, chitarra e voce sono le caratteristiche della musica degli Yes. Molti dei brani contenuti in quest’album diverranno cavalli di battaglia nei loro concerti live degli anni a seguire.

I King Crimsom pubblicano “Island” che costituisce un attimo di riflessione nella creatività di Fripp e soci. Molti dei brani contenuti in questo album sono rielaborazioni di composizioni antecedenti la nascita stessa dei King Crimson. Ciò nonostante, sono presenti anche brani di grande atmosfera ed ispirazione, come “Formentera Lady”, dall’incedere ipnotico e dagli improvvisi squarci di suoni duri come coltellate, come “A sailor’s tale” ed “Island” ed il suo lancinante assolo di tromba.

Ma forse l’album più rappresentativo del 1971 è “Nursery Crime” dei Genesis, per la fortissima innovazione che il gruppo riesce ad apportare alla propria musica. Ogni brano è una storia compiuta, allegorica e spesso drammatica, la musica riesce a sottolineare ogni momento del brano creando atmosfere adeguate con largo uso di tempi dispari e di cambi repentini di ritmo, ogni strumento ha un suo compito preciso nella costruzione dell’armonia, non esiste prevaricazione tra i musicisti, quasi il gruppo si fosse trasformato in orchestra. Peter Gabriel in concertoNascono così capolavori come “The musical box”, “The return of the Giant Hogweed” e “The fountain of Salmacis”. Nelle esecuzioni sul palco, assume sempre più importanza la parte scenica affidata all’estro e alle capacità di Peter Gabriel che drammatizza od ironizza l’atmosfera cambiando tonalità di voce ed abiti di scena, indossando spesso travestimenti ingegnosi e surreali (un fiore, una scatola, una maschera). Ogni concerto diventa un evento non solo musicale, ma anche teatrale.

L’anno seguente i Genesis pubblicano “Foxtrot” che prosegue sulla stessa linea del precedente e che contiene brani come “Watcher of the sky” e “Supper’s ready” che diverranno dei classici sempre presenti nelle esecuzioni dal vivo del gruppo.

Il 1972 è anche l’anno di “Pictures at an Exhibition” degli Emerson, Lake and Palmer, pretenzioso progetto di trasformazione di un’opera classica come “Quadri di un’esposizione” di Modest Mussorgsky in un’opera rock. L’idea si deve a Keith Emerson e, in effetti, l’album è un trionfo di organo e tastiere, ma anche il basso di Greg Lake e la batteria di Carl Palmer appaiono molto energici e creativi. L’album si chiude con la trasposizione al piano in chiave ragtime di un’aria dallo “Schiaccianoci” di Tchajkovsky ed appare abbastanza curioso trovare nei credits dell’album, come coautori, Emerson-Mussorgsky o Lake-Mussorgsky–Palmer!

Al di là dello scalpore e della curiosità che suscita, “Pictures at an Exhibition” rimane però un progetto a sé stante, scollegato dalla ricerca progressive degli Emerson, Lake and Palmer che, in quello stesso anno, pubblicano anche “Trilogy”. Ogni brano in quest’album è pensato attentamente, arrangiato ed eseguito ai limiti della perfezione, in particolare le robuste, ma allo stesso tempo magiche, “The Endless Enigma” e la stessa “Trilogy”.

I Gentle Giant, da parte loro, pubblicano “Octopus”, album straordinario, fresco oggi come allora. Il “Gigante Gentile” riesce a fondere in questo album atmosfere oniriche ed energiche trasformando il progressive in arte pura. “The advent of Panurge”, brano di apertura, esalta i tentacoli del chitarrista Derek Shulman in brevi, ma intensi fraseggi, su un solido pavimento di basso e folate di organo. Splendide anche la strumentale “The boys in the band” nel quale i sei componenti si alternano ciascuno almeno a tre differenti strumenti, “Knots” coi suoi cori a cappella e la volatile “Raconteur Troubadour”.

Nello stesso anno esce anche “Three Friends”, album concept, in cui il sound dei Gentle Giant appare più duro e rockeggiante, pur mantenendo quell’atmosfera medioevale che li caratterizzerà per tutta la loro produzione.

Rick Wakeman alle tastiere Ma l’avvenimento dell’anno è probabilmente l’arrivo di Rick Wakeman negli Yes che pubblicano “Fragile”. Tastierista straordinario, quanto egocentrico e assolutistico, Rick Wakeman aggiunge al sound degli Yes l’apporto di organo, sintetizzatori, mellotron, piano elettrico ed altri strumenti a tastiera trasformandone le atmosfere in epiche, immaginifiche e, alle volte, magniloquenti. Il brano di apertura, “Roundabout”, esce in edizione ridotta su singolo e viene passato in continuazione in radio trascinando le vendite dell’album che ne contiene la versione originale di più di 8 minuti. L’avvento di Rick Wakeman, se consentirà agli Yes di scalare i vertici del paradiso del progressive, ne decreterà col tempo anche la dissoluzione per gli innumerevoli screzi che vi saranno tra i vari componenti.

“Close to the Edge”, uscito nello stesso anno, è un album complesso, forse il miglior album degli Yes, sicuramente quello che nei soli tre brani lunghi che lo compongono dà esattamente l’idea di ciò che gli Yes hanno prodotto sino a qui, la “summa” della loro crescita musicale e artistica, il culmine della loro breve, ma straordinaria produzione.

Sempre nel 1972, mentre i Pink Floyd pubblicano uno scialbo “Obscured by clouds”, colonna sonora del film “La Valleé” di Barbet Schroeder, i Soft Machine, orfani del batterista e cantante Robert Wyatt sostituito da David Sinclair dei Caravan, pubblicano “Fifth”, album che li allontana dal progressive verso le praterie sconfinate del jazz fusion, seguiti dai Caravan con il loro “Waterloo Lily”.

Qualcosa si muove anche in Italia.

Si è detto che il pubblico italiano fu il primo a comprendere la novità ed il potenziale di questa nuova forma di rock, ma è evidente che ne vennero influenzati anche coloro che la musica la suonavano davvero.

Premiata Forneria Marconi E appunto nel 1972 esce il primo album progressive italiano grazie alla Premiata Forneria Marconi (biografia e discografia), poi chiamata molto più semplicemente PFM, “Storia di un minuto”. Sebbene la composizione del gruppo apparentemente ricordi quella dei Genesis con un cantante flautista violinista come Mauro Pagani, uno straordinario chitarrista come Franco Mussida, un tastierista di preparazione da Conservatorio come Flavio Premoli, un bassista robusto come Giorgio Piazza ed un batterista come Franz Di Cioccio, la musica che la PFM propone in questo album di debutto è assolutamente originale e di altissima qualità, tanto da non sfigurare nei confronti degli epigoni anglosassoni. Il loro progressive sinfonico mischia elementi di folk, classica e jazz in maniera molto originale e brani come la delicata “Impressioni di settembre” , l’eterea “Dove… quando”, “La carrozza di Hans” vanno sicuramente ricordate come splendidi riflessi della storia del progressive, non solo italiano. Il successivo “Per un amico”, uscito sempre nel 1972, non fa che confermare la splendida vena creativa della prima PFM con quella musica complessa, sofisticata, ma mai pretenziosa né ampollosa.

Se le atmosfere della PFM sono ovattate, quelle del Banco del Mutuo Soccorso (biografia e discografia)sono assolutamente particolari, grazie alla vena compositiva di Vittorio Nocenzi ed alla voce assolutamente personale, alla Bob Hite “The Bear” dei Canned Heat, di Francesco Di Giacomo, acuta, ma potente. Il Banco porta nel progressive quell’impegno sociale e politico spesso assente nei testi degli altri gruppi ed una musica che si rivela essere un mix di rock, classico, jazz, combinato con un patrimonio tipicamente italiano. Spesso PFM e Banco sono stati considerati rivali, ma in realtà le loro strade sono diverse e non si incroceranno mai.

Banco del Mutuo Soccorso Del 1972 è anche l’album di debutto del Banco del Mutuo Soccorso, che riprende il nome del gruppo. La potente “R.I.P.”, dagli splendidi intarsi vocali, ma soprattutto “Metamorphosis”, dalla sorprendente frenetica complessità, e la lunga e mutevole “Il giardino del Mago” sono i momenti più alti dell’album nel quale un punto di forza, oltre a Vittorio Nocenzi e Francesco Di Giacomo, si rivela il batterista Pierluigi Calderoni, dalla straordinaria intensità di esecuzione. Il successivo album, “Darwin”, è probabilmente la pietra miliare del gruppo. L’arrivo del chitarrista Rodolfo Maltese dà maggiore spessore al sound, originariamente imperniato solo sulle tastiere. L’epica “L’evoluzione” apre l’album in maniera sontuosa ed emozionante, subito seguita da “La conquista della posizione eretta”, complessa e sorprendente nella sua costruzione del tutto inusuale, mentre “La danza dei grandi rettili” offre un saggio di bravura su un ripido sentiero pop-jazz.


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