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La storia del Progressivei capitoli Le RecensioniAlbum ProgApprofondimenti: |
Una cometa iridescenteLa storia del Progressive4. I respiri del progressive - Terza parte: 1973 - 1974Il 1973 è l’anno della maturità. Mentre i Pink Floyd abbandonano completamente il Progressive creando un genere completamente a sé stante, inimitabile ed inimitato, ed incidono “The dark side of the moon”(recensione), il loro miglior album ed anche uno dei più significativi della storia del rock, grazie anche alle nuove sonorità cui non è estraneo il nuovo Ingegnere del suono Alan Parsons, i King Crimson continuano nella loro ricerca con “Larks' tongues in aspic”, in cui spiccano il violino di David Cross ed il basso di John Wetton, mentre Fripp si dedica al contrappunto sonoro di sottofondo con chitarre e mellotron. I brani più significativi dell’album sono, oltre alla suite che dà il nome all’album, l’esplosiva “Easy money” e l’estatica “The talkin’ drum”. Il suono si affina anche nei Gentle Giant che pubblicano “In a Glass House”, i contrappunti medievali si fondono meglio nell’ambientazione rock, sebbene i cambi di ritmo non appaiano sempre azzeccati. Le percussioni sono le grandi protagoniste in “An inmate's lullaby”, mentre i cori a cappella tornano prepotenti in “Way of life”, “The runaway” e nella stessa “In a glass house”. Nulla da segnalare per quanto riguarda i Soft Machine che pubblicano il loro sesto album “Six” confermando l’abbandono del progressive verso un sempre più marcato jazz fusion, né per i Van Der Graaf Generator con il loro “Long Hello”, mentre i Caravan, dopo lo sperimentale “Waterloo Lily”, tornano ad atmosfere più eleganti e tranquille con l’album concept “For girls who grow plump in the night” nel quale viene utilizzata un’orchestra di 39 elementi per creare contrappunti classici alle sofisticate armonie jazz del gruppo, nelle quali non si può non notare alcuni palesi riferimenti ai Beatles dell’ultimo periodo. L’album ha comunque un buon successo tra i fans che si erano un po’ persi nelle sperimentazioni del gruppo. Emerson, Lake and Palmer pubblicano, sempre nel 1973, “Brain salad surgery”, con le liriche visionarie di Pete Sinfield, transfuga dai King Crimson, l’album in cui la figura di Keith Emerson emerge prepotente, come un Jimy Hendrix delle tastiere, generando attriti all’interno del gruppo che, dopo l’incisione di questo album e del tour che ne segue, si scioglie per la prima volta. “Brain salad surgery” è incentrato sulla lunga suite in tre parti “Karn Evil 9”, metallica e violenta, che chiude l’album, ma contiene anche la dissacrante rivisitazione della corale composta alla fine dell’ottocento da Sir Charles Hubert Hastings Parry ispirata al poema “Jerusalem” di William Blake, opera che, nella cultura inglese, è paragonabile per pathos alla sola “God save the Queen”. Ma il 1973 è soprattutto l’anno della definitiva consacrazione dei Genesis con il loro capolavoro “Selling England by the pound” (recensione). Le tipiche atmosfere arcane e sofisticate, le ritmiche ora convulse ora impalpabili, si fondono a testi che attingono al mitologico ed al fantastico per affrontare un tema sociale come la mercificazione dell’individuo. L’album, apparentemente slegato, ma in realtà un concept, è probabilmente il punto massimo a cui è arrivato il cosiddetto “prog sinfonico”, del quale i Genesis sono gli indiscussi maestri. Il brano di apertura “Dancing with the Moonlit Knight”, è un capolavoro di atmosfere e di doppisensi, giocati su una prima parte lirica e delicata in contrapposizione con la seconda parte energica e drammatica. Significativi sono quasi tutti i brani di questo straordinario album, ma tra tutti vanno segnalati la lirica e maestosa “Firth of Fifth”, la scenografica e filmica “The battle of Epping Forest”, la struggente “After the ordeal” e l’ipnotica “Aisle of plenty”. In Italia, la PFM, incide “Photos of ghosts” che costituisce il loro eccellente debutto in lingua inglese. L’album, inciso per la stessa etichetta degli Emerson, Lake and Palmer, la Manticore, e che si avvale per le liriche del contributo di Pete Sinfield, ha un sound fresco e pulito e contiene delle perle come “Celebration”, versione inglese di “E’ festa”, “Il banchetto” e la splendida “Mr. Nine Till Five” (da ascoltare la versione contenuta in “Live in U.S.A.”). Il Banco, per contro, segue la via italiana ed incide “Io sono nato libero”, album di grande impatto emotivo, soprattutto per la coinvolgente “Canto nomade per un prigioniero politico”, brano complesso e molteplice, interpretato in maniera straordinaria da Francesco Di Giacomo, ma ricordato soprattutto per la bella, anche se un po’ troppo abusata, “Non mi rompete”. Il 1973 è anche l’anno in cui esce nei cinema il film scandalo “L’esorcista” (“The Exorcist”) di William Friedkin, primo di un filone horror che avrà un enorme successo negli anni a venire. L’inquietante colonna sonora dell’altrettanto inquietante film è “Tubolar bells” che fa balzare all’attenzione di tutti i seguaci del prog, il polistrumentista Mike Oldfield che, nell’album, suona in più sessioni, sovrapponendo le tracce in sala d’incisione, un’enormità di strumenti, sia acustici che elettrici ed elettronici. La lunghissima suite, divisa in due parti, crea, attorno ad un riff ipnotico, infinite varianti armoniche che spaziano dal pianissimo all’intenso in un’atmosfera sempre incombente. Geniale l’invenzione del maestro di cerimonie, al secolo Vivian Stanshall, che, in chiusura della prima parte, annuncia ad uno ad uno, pochi secondi prima dell’inizio dell’assolo i singoli strumenti, chiudendo la sequenza con l’assordante suono della campane tubolari. Sfortunatamente a Mike Oldfield, grandissimo strumentista, mancherà quella capacità di ricerca e di sperimentazione che è tipica del progressive e praticamente tutta la sua produzione a venire sarà costruita sulla falsariga dello schema musicale di “Tubolar bells”. Contemporaneamente esce il primo album di quattro musicisti del Surrey, il tastierista Peter Bardens, già dei Them, il batterista Andy Ward, il bassista Doug Ferguson ed il chitarrista e cantante Andy Latimer. Il gruppo si chiama Camel (biografia e discografia) e l’album che porta il loro stesso nome passerà praticamente inosservato in quegli anni di abbondanza, pur se il sound, basato essenzialmente sulle tastiere di Bardens, non sfigura nel confronto con gli altri discepoli del progressive. Strana storia quella dei Camel, vittime delle strategie commerciali di una major come la Decca che, avendo tra le sue file la gallina dalle uova d’oro ovvero i Rolling Stones, non ha alcun interesse a “confondere” gli ascoltatori-consumatori con un genere volatile e sempre in cambiamento come il Progressive. In effetti, il progressive ha bisogno di case musicali giovani e snelle che riescano ad adattarsi ai continui cambiamenti nella ricerca del sound. Non è un caso che in quegli anni fioriscano nuove etichette musicali, alle volte branche di etichette maggiori, come la “Charisma Label” (Genesis, Van der Graaf Generator), la “Atlantic Records” (King Crimson, Yes), la “Vertigo” (Gentle Giant), la “Probe Records” (Soft Machine), la “Manticore” (Emerson, Lake and Palmer), la “London Records” (Caravan): le major non trovavano commercialmente “interessante” il prodotto e lo snobbavano. I Camel, per questo motivo, non hanno mai usufruito, in tutta la loro carriera, di un buon management e di una promozione adeguata e si sono sempre trovati ai margini del successo, ma hanno un pregio che li distingue da tutti gli altri gruppi progressive fin qui citati: sono gli unici che hanno continuato nel tempo a suonare progressive, magari un progressive nostalgico, ma non hanno mai rinnegato le loro radici, né si sono fatti soggiogare da manie di grandezza o da facili guadagni. Si sono spesso autofinanziati elevando bootleg pirati ad album ufficiali dal vivo, fondando una loro etichetta, suonando in giro per il mondo ed ancora oggi ci forniscono album di ottimo livello ed esecuzioni dal vivo dirette e genuine senza farsi supportare, come altri, da musicisti di rinforzo. Se il 1973 segna l’apice del movimento prog, il 1974 ne contraddistingue l’inizio dell’inesorabile e repentino declino. Il Progressive, per sua stessa definizione, è musica di ricerca, una confluenza di generi che ha bisogno dell’apporto dei singoli come elementi di un gruppo e non può esistere progressive senza un insieme di esperienze diverse. Le forti personalità che via via emergono dai gruppi sono il motivo principale del declino del genere: i Robert Fripp, i Peter Gabriel, i Rick Wakeman, i Keith Emerson minano la compattezza delle band in cui militano, gli altri membi mal sopportano di veder piegare la propria creatività ai voleri di un leader. Per contro, i musicisti con forte personalità non riescono ad accettare quei compromessi cui il gruppo, gioco forza, li costringe. Terzo motivo, non meno importante, è quello dell’inadattabilità di alcuni musicisti a suonare musica che, evolvendosi, non sentono più loro. I Genesis pubblicano nel 1974, il doppio album concept “The Lamb lies down on Broadway”, altro capolavoro assoluto del progressive. La storia è cucita addosso al personaggio Rael-Gabriel, i testi si fanno preminenti rispetto alla ricerca del suono, gli altri musicisti appaiono comprimari, pur regalandoci ottime esecuzioni, e, dopo il tour che ne segue, Peter Gabriel abbandona (o viene estromesso, non si è mai saputo) i Genesis. Difficile individuare in una sorta di musical drammatico come “The lamb…” uno o più brani significativi, ognuno è la continuazione o la prefazione di un altro, certo è che si tratta dell’opera più complessa, lunga e articolata di tutta la storia del rock, non solo Progressive. Nel 1974 i King Crimson giocano due assi, prima “Starless and Bible Black”( recensione) e poi “Red” ( recensione). “Starless and Bible Black” è un album potente, tanto esplosivo nei riff di chitarra, quanto elegante nelle partiture di violino e di mellotron. Il brano di apertura, “The Great Deceiver”, è un’aspra performance dei musicisti che si muovono ognuno su piani diversi per ritrovarsi in un riff comune accompagnati dalla voce di John Wetton in sincopato, ovvero in controtempo rispetto agli altri strumenti. Incredibilmente aspri e provocatori i due brani sul lato B dell’album, l’omonima “Starless and Bible Black” e “Fracture”: il suono pulsante e frenetico, quasi schizofrenico, si alterna in “sussurrati e gridati” che graffiano l’ascoltatore. “Red” è, se vogliamo, ancor più lacerante. La formazione cambia per l’ennesima volta, esce David Cross nel corso dell’incisione dell’album, rispuntano i sax di Mel Collins e Ian McDonald, la sezione di fiati si rinforza con l’apporto della tromba di Marc Charig e dell’oboe di Robin Miller. Il suono, con l’uscita del violino e l’ingresso dei fiati, si fa più pesante e aggressivo, e l’attacco stesso di “Red” ne è un esempio lampante. Tuttavia l’album, per via della tormentata realizzazione frutto dell’apporto di artisti diversi per formazione e temperamento, mostra una certa discontinuità, passando dalla epica “Fallen angel” alla inquietante “One more red nightmare”, dalla dissonante “Providence” alla maestosa e sfaccettata “Starless”. In comune con l’album precedente quell’atmosfera minacciosa ed angosciante che è una delle particolarità di tutta la produzione dei King Crimson. Ma questo è anche l’album di addio: l’ego di Fripp non riesce a trovare comprimari che lo possano seguire nelle sue traiettorie e scioglie la band. Uscirà postumo l’anno seguente il live “USA” basato però su una performance del giugno 1974. Nel corso degli anni e fino ai giorni nostri, la band ogni tanto resuscita, ma le affinità con i “grandi” King Crimson sono assai vaghe. Anche gli Yes nel 1974 pubblicano due album, il doppio “Tales from Topographic Oceans” e “Relayer”. Il primo, considerato un capolavoro del genere, è dominato dal richiamo che rivestono le religioni orientali per il cantante Jon Anderson, ma contiene anche molti elementi sinfonici di primordine, ed un Rick Wakeman che, per la prima volta, appare ausiliario al gruppo e non dominante, un Rick Wakeman che, dopo l’incisione di quest’album e prima dell’inizio del tour, lascerà il gruppo per dedicarsi alla carriera solista, per rientrare poi nel 1976. “Relayer”, che vede alla tastiere Patrick Moraz, contiene tre suites nelle quali si alternano a larghe atmosfere strumentali, gli assoli dei vari musicisti, mentre le liriche appaiono sempre più orientate verso temi spirituali. Per la prima volta in un disco degli Yes vengono impiegati anche strumenti orientali, come il sitar o il bozouki. I Gentle Giant pubblicano “The Power and the Glory”, album in cui le dissonanze tipiche della musica del gruppo sono sperimentalmente portate agli estremi, tanto da renderlo di difficilissimo ascolto, mentre i Soft Machine con “Seven” si staccano completamente dal Progressive per completare la strada che li porterà ad essere un gruppo jazz fusion. I Caravan, per contro, arretrano su posizioni più sicure. L’album “Caravan & the New Symphonia”, continua sulla falsariga del precedente “For girls who grow plump in the night”, utilizzando un’orchestra per creare atmosfere immaginifiche attorno al sound del gruppo, sempre meno progressive, e che potremmo definire un pop rock jazz. Emerson, Lake and Palmer, pubblicano un pretenzioso quanto improbabile triplo album dal vivo “Welcome back my friends to the show that never ends” con scarsi risultati in termine di vendite. Questo album però ha il pregio di rivelare ciò che il trio, fortemente votato all’improvvisazione, sa concretizzare in un concerto. Mike Oldfield, sulla scia del successo inaspettato di “Tubolar bells”, pubblica sulla stessa falsariga “Hergest Ridge”, mentre i Camel escono con “Mirage” nel quale il loro sound comincia a prendere l’aspetto definitivo, soprattutto nel brano “Lady Fantasy”: ritmi complessi e amalgamati, improvvise aperture della chitarra di Andy Latimer e delle tastiere di Pete Bardens. La PFM pubblica “L'isola di niente” e, con chiari intenti di aprirsi sempre di più al mercato di lingua inglese, “The World became the World”, ancora per la Manticore e ancora con il supporto per i testi del “crimsoniano” Pete Sinfield, ma l’album non ripete il successo di quello dell’esordio sul mercato anglo-americano. Si chiude il 1974, anno di splendore e di sconvolgimenti nel mondo Progressive. Appare sempre più chiaro come il genere, per sua stessa natura, sia destinato ad una vita breve: la sperimentazione, essenza centrale del movimento, tende inesorabilmente a spingere i gruppi o i singoli musicisti verso altri generi. |
Gli Interpreti![]() Pete Sinfield e Greg Lake in concerto
![]() Mike Oldfield durante la registazione di Tubolar bells
![]() Camel
![]() Genesis: tour di The lamb lies down on Broadway
![]() Robert Fripp dei King Crimson
![]() Patrick Moraz alle tastiere degli Yes
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On line dal 29 settembre 2003, cresciuto nel corso degli anni ed ora "vola" ormai da solo.
Aperto a collaborazioni esterne (rarissime purtroppo), è stato voluto, costruito e scritto da me e da Starless, che ha contribuito per alcune recensioni musicali ed è l'autore della Storia del Progressive.
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