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6. La coda della cometa
Con l’avvento degli anni ’80 la produzione progressive si riduce al lumicino. Molti gruppi si sono sciolti, altri sono passati a forme diverse di musica, fatto sta che di progressive in giro ce n’è sempre di meno.
Della vecchia scuola i Camel sono l’unico gruppo che mantiene ben salde le sue radici sacrificando quella ricerca esasperata che ha condotto allo stravolgimento del sound dei loro compagni di viaggio, una sorta di Progressive “statico”. Ciò non implica comunque una aridità e ripetitività, tanto è vero che propongono in continuazione album di altissimo livello e che è del 1999, vale a dire dopo oltre un quarto di secolo dagli anni d’oro del progressive, forse il loro capolavoro assoluto, “Rajaz”, preceduto e seguito da altri album di non minore impatto stilistico ed emotivo, grazie soprattutto all’impressionante simbiosi di Andy Latimer con la sua chitarra ed ai testi, mai banali, della sua compagna Susan Hoover.
In questi anni si assiste invero al fenomeno della resurrezione di molti nomi storici, ad esempio i King Crimson e gli Yes, ma il loro sound è troppo cambiato per continuare ad essere in sintonia con la sensibilità musicale dei fans del progressive: la lacerazione è avvenuta ed è irrimediabile.
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Parrebbe tutto finito, ma negli anni ’80 e seguenti appaiono alla spicciolata gruppi giovani che piano piano conquistano fette sempre maggiori di consenso.
Si tratta degli IQ, degli Arena, dei Pallas, dei Porcupine Tree, degli Spock's Beard ( recensione di Octane), dei Glass Hammer ma soprattutto dei Pendragon ( recensione di Believe) e dei Marillion, che danno origine ad una vera e propria corrente musicale che prende il nome di neo-prog.
I Pendragon all’inizio sembrano i meno dotati di tutti. Si tratta di quattro musicisti semiprofessionisti, il chitarrista e cantante Nick Barrett, il bassista Peter Gee, il tastierista Clive Nolan e il batterista Fudge Smith, che si autofinanziano sin dal loro esordio nel 1983.
Le prime uscite appaiono di maniera, gli stessi brani vengono inclusi in più di un album, si pensi che “The King of the castle” e “Paintbox” si ritrovano in diversi arrangiamenti in ben tre album diversi, le difficoltà per trovare produttori e distributori minano la fiducia dei componenti nelle proprie possibilità. La svolta avviene nel 1986 quando decidono di fondare una loro etichetta musicale, la Toff Records, di autoprodursi ed autodistribuirsi anche attraverso canali non tradizionali come il Web.
Nel 1988 pubblicano “Kowtow”, poi bisogna aspettare cinque anni per assistere alla pubblicazione del successivo album da studio, “The window of life” del 1993, seguito nel 1994 da “World”. Il loro sound comincia a prendere una forma precisa e autonoma, ma la maturità viene raggiunta con la pubblicazione di “Not of this World” del 2001 e soprattutto con “Believe” del 2005.
Anche nel loro caso, come per i Camel, si può parlare di Progressive “statico”, ma è un bel sentire per i fans di quella parte del Prog che viene comunemente definita art-rock.
I Marillion sono invece probabilmente il solo gruppo contemporaneo che segua i canoni ortodossi del genere. Si formano nel 1979 a Aylesbury in Inghilterra con il nome l’originale di Silmarillion dal titolo di una novella di Tolkien. Nella formazione originale militano Steve Rothery alla chitarra, Doug Irvine al basso, Brian Jelliman alle tastiere e Mick Pointer alla batteria ai quali dopo brevissimo tempo si unisce il poliedrico cantante Fish, al secolo Derek Dick. Prima del loro singolo di debutto, Mark Kelly sostituisce Brian Jelliman alle tastiere e Pete Trewavas Doug Irvine al basso.
Il loro primo album risale al 1983 e reca il titolo di “Script for a Jester’s tear”, seguito nel 1984 da “Fugazi”. Il sound è particolarmente duro pur se la costruzione dei brani ricorda abbastanza da vicino il progressive. La prima svolta avviene nel 1985 con la pubblicazione di “Misplaced childhood”, album concept dal suono molto più ricercato e complesso. Il singolo che ne viene tratto, “Kayleigh”, scala le classifiche sia in Inghilterra che negli Stati Uniti e pone i Marillion all’attenzione di un vasto pubblico.
Dopo la pubblicazione di “Clutching at straws” nel 1987 e di “Thieving Magpie (La Gazza Ladra)” nel 1988, avviene la seconda svolta: Fish, con problemi di alcool e di droga e con un ego smisurato, abbandona il gruppo sostituito da Steve Hogarth. E qui vi sono due scuole di pensiero. C’è chi considera i Marillion finiti con l’uscita di Fish e chi la considera solo una fase nella storia del gruppo. Quello che è certo è che solo dopo l’abbandono di Fish inizia quella sperimentazione che caratterizza fortemente questa band.
E siamo ai giorni nostri.
Visto così, il Progressive appare un fenomeno molto limitato nel tempo ed in effetti è così, ma quei pochi anni sono stati densi di emozioni. Un fiorire di band in tutta Europa, dall’esistenza spesso durata il tempo di un album, ma che album, band che non si è avuto modo di trattare in modo adeguato in questa storia del Progressive, ma che è doveroso citare.
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Gli anni '80
IQ
Arena
Pallas
Porcupine Tree
Spock's Beard
Pendragon
Marillion
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I gruppi della scuola di Canterbury ad esempio, come Hatfield & the North, i Gong, i Matching Mole, Henry Cow i cui componenti provengono o finiscono in molti gruppi di maggior spessore, i Colosseum, i Beggars Opera, gli Atomic Rooster, i Curved Air, i Renaissance, Greenslade, la scuola tedesca, chiamata in modo molto inappropriato e beffardamente “Kraut Rock”, improntata ad un elevato impiego di strumentazione elettronica, con gruppi come gli Amon Düül, i Popol Vuh, gli Ash Ra Tempel, i Tangerine Dream, gli olandesi Focus, i gruppi jazz fusion come gli Weather Report, che entrano ed escono dal progressive a loro piacimento, ma da questo ottengono influenze non di poco rilievo, ma anche e soprattutto quella nidiata di gruppi italiani come Le Orme, Il Rovescio Della Medaglia, gli Acqua Fragile, gli Osanna, Il Balletto di Bronzo, gli Area, i Latte e Miele, i Goblin, questi ultimi spesso ricordati come autori delle colonne sonore dei film di Dario Argento, ma che hanno pubblicato degli ottimi album progressive.
Molti anni sono passati dall’urlo lacerante di Greg Lake...
Blood rack, barbed wire,
polititians' funeral pyre,
innocents raped with napalm fire:
twenty first century schizoid man...
…abbiamo assistito all’ascesa ed al declino di decine di generi musicali, di fenomeni durati il tempo di una stagione, di mitici artisti tutti prematuramente dimenticati, ma in angoli nascosti, nel completo disinteresse di radio e televisioni, si può ancora udire qualche respiro…
Men of steel who endured the most,
the father, the son and the holy ghost,
the butterflies of war flying so high,
sick as a pig on American pie...
…e qualora non ci bastasse, rimangono i grandi, quelli per i quali ci viene ancora il desiderio del delicato rituale di estrarre un vinile dalla foderina, di appoggiarlo su un piatto e di sederci a riascoltare storie di cavalieri e di isole deserte, di re Cremisi e di carrozze di Hans, di scatole musicali e di immutevoli giganti gentili…
La storia del Progressive
i capitoli
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