titolo: il Jazz

di WebMichi Quartet

Gli Eternauti (viaggiatori del tempo e dello spazio con i quali si è instaurata una piacevole collaborazione) danno spesso vita a discussioni interessanti nelle quali l'individualità dei singolo "contendente", lungi dal frantumarla, arricchisce l'idea di fondo di nuove nuove sfumature ed approfondimenti. Monsieur le Swing nasce da uno di questi spesso lunghissimi scambi.

Nella firma (volutamente rappresentazione del "collaborative-working") si celano gli amici Ravel, El Aleph, Nick The Toll e WebMichi.

1. Il linguaggio universale

La globalizzazione, orribile neologismo usato a qualificare il nostro tempo e dividere le coscienze, è anche un fenomeno che oggi, nelle forme e nelle espressioni, tende ad imporre canoni di riferimento universali che finiscono spesso per avvilire o, peggio, cancellare tradizioni locali ricche ed affascinanti. Ma è sempre stato così?

Io credo che non ci fosse bisogno alcuno d’inventare questa parola, perché, forsennate accelerazioni a parte, è dalla rivoluzione industriale in poi che viviamo in un sistema sociale che contabilizza, esporta ed internazionalizza popoli, idee e contraddizioni; e nella scia di questo rullo compressore sono rimasti anche fermenti d’arte, d’ingegno, di vita che hanno trovato fertile applicazione dov’era logico che avvenisse o dove quando e meno te l’aspettavi.

Nella musica, il jazz è stato globalizzato prima di qualunque altro genere, e questo non deve certo stupirci, chè proprio nella più europea delle città americane si trova il certificato di nascita del jazz, che è internazionale già nelle sue origini per via della formidabile applicazione, in quelle regioni, delle antiche poliritmie popolari di gente che lì, a dirla tutta, non avrebbe dovuto esserci per nulla.

Certo non c’interessa, qui, proporre la storia di questa musica e dei come e perché del tempo sincopato, dell’improvvisazione solista sul tema o sull’armonia e dello swing, nè la poesia sporca e struggente di tanti suoi eroi, ma fare invece un bel salto nel tempo, e valutare il suo impatto sulla vecchia Europa, dove finì per rappresentare la naturale risposta alle richieste della modernità, rompendo le demarcazioni tra basso e alto, plebeo e colto che si erano costituite e consolidate da secoli.

Dal momento in cui superò Gibilterra, il jazz ha regalato al vecchio continente momenti irripetibili, nell’ambito musicale e non solo (nella mia esperienza personale, ad esempio, l’emblema di questa contaminazione resterà l’incontro di Miles Davis con il cinema francese, che avrebbe poi dato luogo alla splendida musica scritta su “Ascenseur pour l’échafaud” di Louis Malle).

Va detto che già prima, nel periodo fra il primo ed il secondo conflitto mondiale, Parigi, capitale internazionale dell’arte e della cultura, esibiva al mondo la propria eccezionale capacità di accogliere, mediare ed amalgamare esperienze “altre” (e proprio a quell’insuperata capacità di “mélange” si riferì il nostro Paolo Conte con la sua sottovalutata operazione culturale “Razmataz”). A confermarlo basti ricordare la figura di Django Reinhardt, famoso per la sua straordinaria tecnica chitarristica sviluppata nonostante la grave menomazione alla mano sinistra (aveva perso l’uso di due dita sfuggendo per un soffio all’incendio del suo carrozzone), che proprio a Parigi visse quegli anni, da lui dedicati a combinare la musicalità gitana delle sue origini con ciò che apprese dai musicisti di colore d'oltre oceano, a costruzione di un modello musicale ancora oggi inimitabile.

Miles Davis

Miles Davis

Django Reinhardt

Django Reinhardt

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