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2. "... da prendere sul serio ..."
Il jazz era ormai da “prendere sul serio", come affermò sicuro Ravel dopo la sua tournée americana del 1928, e andava considerato come la vera musica classica di quel paese (ovvero riferibile in modo univoco ed inconfondibile alla tradizione popolare americana, la stessa cosa che il compositore francese pensava rappresentasse la sua musica per la Francia, alla pari, per esempio, di quella di Bartòk e Kodàly per l’Ungheria o quella di De Falla e Albeniz per la Spagna).
In ogni caso, nel “secolo più meticcio della storia” com’è stato definito il novecento, che ispira anche questo nostro giornale, il jazz riuscì a promuovere un incontro tra Africa e Occidente che superò poi l’ambito originario per avere sviluppi imprevisti: se l’improvvisazione diventerà elemento delle opere di Debussy, Strawinsky e Sostakovic, la nascita del cubismo sarà influenzata dalle sculture lignee africane.
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Da quel momento in poi molti artisti afroamericani, (solo per citarne alcuni, Sidney Bechet, l' Art Ensemble of Chicago, Kenny Clarke, Ben Webster, Steve Lacy, Lester Young e Bud Powell; Dexter Gordon, dopo aver suonato con Powell a Parigi, paradossalmente si trovera’ a recitare la parte di questi ultimi vent’anni dopo, in “Round midnight”) trovarono in Europa una seconda patria, consolidando o aumentando, grazie al consenso avuto, la propria fortuna; al tempo stesso, avrebbero pensato di globalizzarsi alla rovescia molti musicisti europei, con il loro pellegrinaggio a New York, capitale indiscussa del jazz nel dopoguerra, che li meraviglierà per la maestria tecnica e la creatività di cui la metropoli americana, tra i ‘40 e i ’60, abbondava oltre ogni misura.
Detto del come e di alcuni quando, non possiamo pensare di tralasciare alcuni perché che la Storia ha accompagnato a quest’avventura.
L’interesse del continente vecchio e colto verso il jazz ha aspetti d’eccezionalità che non possono essere liquidati in due battute: perché di tutte le arti popolari e cittadine, la musica nera americana si è imposta meglio d’ogni altra? Non erano mancati, nel passato recente di quell’epoca, esempi di altre espressioni d’oltreoceano accolte favorevolmente magari con il benestare di strati sociali colti ed agiati. Già s’erano avvicendati il canto hondo andaluso di fine ‘800, il fado di Pinto de Charvalo all’inizio del secolo, il music hall tanto caro a Toulose-Lautrec, il tango ma per nessuno di questi fu tanto rapida, ad esempio, la pubblicazione di libri e studi al riguardo, che iniziò già nel 1926.
Due fenomeni giocarono probabilmente un ruolo decisivo: il primo riguardava il carattere americano del jazz, accolto quindi come esotico, primitivo, popolare e soprattutto moderno, un catalogo di suoni ed emotività inusuali che veniva dal paese che della rottura con la tradizione aveva fatto la premessa al futuro ricco e appagante che le generazioni post-belliche europee non vedevano.
Il secondo, e ancora più importante, è che il jazz non si affermò, ai suoi esordi europei, come musica d’intrattenimento o semicolta per intellettuali, ma come musica da ballo, quale soprattutto in Inghilterra fu accolta, fino a dare luogo a veri e propri fenomeni di costume estesi a tutti i gruppi sociali, e a costituire una classe di musicisti professionisti e semiprofessionisti che nel 1930 superò le 30.000 unità. Di fatto, in Europa, grazie anche alla diffusione di questo modello inglese e al suo eroe Jack Hylton, un operaio diventato musicista professionista nel 1921 (e che finì per vendere dischi quanto e più delle big band americane), il jazz nelle sue espressioni più semplici divenne, fino all’avvento del rock’n roll, la musica sociale di base per le giovani generazioni, replicando dagli anni venti in poi quello che in età vittoriana era stato il valzer. Secondo Eric J. Hobsbawm (storico inglese cui devo tanto, e di più) "la moda della danza immise automaticamente l'idioma afro-americano nella musica leggera" e le classi sociali in ascesa lo assumevano quale nuovo modello culturale.
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Sidney Bechet
Kenny Clarke
Ben Webster
Steve Lacy
Lester Young
Dexter Gordon
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Assodato il carattere popolare del fenomeno che, è bene ricordare, fu assimilato dall’Inghilterra prima e dal resto d’Europa poi non al termine della sua ascesa in “patria”, ma nel cuore del suo sviluppo, dobbiamo ora contestualizzarlo rispetto ai drammatici eventi dal ’22 in poi, quando negli anni trenta l'Europa perse la sua autorità con la deriva totalitaria che conosciamo: in quel momento gli intellettuali americani smisero di guardare ai paesi europei come ad un’alternativa morale, e per gli stessi motivi gli intellettuali europei iniziarono a guardare all'America.
Parlo d’intellettuali, naturalmente, chè una diffusione popolare di questa musica, in Italia, fu successiva soltanto ad una più generale penetrazione della “America”, spesso clandestina, fatta da un manipolo di coraggiosi che rischiarono personalmente per introdurre nel paese, a dispetto del fascismo, le cose migliori d’oltreoceano. Per queste figure (Pavese, Mila, Soldati) il jazz costituì un riferimento culturale non indifferente, perché rappresentava "la speranza dell'intero mondo musicale", secondo una nota definizione di Leopold Stokowski.
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