|
La creazione ed il consolidamento di un mercato continentale ben più largo del semplice “culto” videro l’origine di una scommessa editoriale senza precedenti: la tedesca Ecm di Manfred Eicher, che dalla Baviera iniziò producendo i lavori, in alcuni casi eccezionali, di Keith Jarrett, Chick Corea, Gary Burton, Bill Frisell, Art Ensemble of Chicago, e che quindi da questa esperienza partirà per sviluppare una musica europea grande e raffinata, che valorizzerà i suoni del grande nord continentale, delle ex Repubbliche sovietiche, dell'Est crocevia di tradizioni ebraiche, culture ortodosse e ritmi orientali. Forse solo l’attuale avanguardia di downtown Manhattan riesce a competere con l’innovazione ECM, che negli anni ha inevitabilmente promosso a rango internazionale musicisti come Jan Garbarek, Terje Rypdal e Bobo Stenson.
Nel frattempo i festival jazz diventano prassi consolidata (Montreux e Umbria Jazz sono da decenni fenomeni di portata internazionale) e permettono di misurare, nel confronto sul palco con i grandi americani l’affermazione di una classe di musicisti europei di valore assoluto: impossibile non ricordare, oltre al vero e proprio vivaio di talenti ECM, la stella luminosa del pianista francese Michel Petrucciani, gli innumerevoli contributi di musicisti e gruppi inglesi, troppo numerosi per essere qui trattati e, perché no, la scena italiana.
Nel belpaese il pianista Giorgio Gaslini fu tra i primi seguaci del bebop in Italia, Franco D’Andrea ed Enrico Pierannunzi si formarono sulla linea di un hard bop di alto livello, e dopo di loro molti musicisti hanno contributo allo sviluppo di una scuola italiana del jazz, tutt’ora attivissima e forte anche di un ragguardevole retroterra teorico e critico (oltre alla figura di Mila, doverosa la citazione per Giancarlo Testoni, cofondatore nel 1945 di “Musica Jazz”, la più importante rivista italiana e di Arrigo Polillo, autore di un testo importante come “Jazz”, del 1975).
Anche il cinema fa la sua parte: lo straordinario e imprevisto successo della colonna sonora di “Ascenseur pour l’échafaud” fu l’inizio, in Francia, di una breve ma trionfale stagione di polizieschi e noir la cui musica era fornita proprio da alcuni tra i più celebri jazzisti statunitensi di passaggio a Parigi; un film insignificante come “Des Femmes Disparaissent”, un giallo del 1959 di Edouard Molinaro, sarebbe caduto immediatamente nel dimenticatoio, ma le immagini furono in questo caso accompagnate addirittura dalla splendida musica dei Jazz Messengers del batterista Art Blakey, in una delle sue formazioni più belle, con Lee Morgan alla tromba e Benny Golson al sax tenore.
Lo stesso Molinaro si riscatta però con il successivo lavoro, “Un Témoin dans la Ville” (“Appuntamento con il delitto”, 1960), interpretato da Lino Ventura e Sandra Milo, per il quale fu riunita un'autentica all-stars del jazz dell'epoca: dagli USA furono chiamati il trombettista Kenny Dorham e il pianista Duke Jordan, veterani del quintetto di Charlie Parker per essere affiancati al batterista Kenny Clarke, parisien d’adozione.
Truffaut e altri grandi non lesinano attenzioni al jazz e a metà degli anni ottanta arriviamo a “Round Midnight” di Bertrand Tavernier, esempio insuperato di un film jazz, non sul jazz: impresa in cui già molti erano caduti nel manierismo o nella sonnolenza, e per di più nell’obiettivo di dare una lettura psicologica, etica ed estetica del be-bop, che del jazz, dopo il free, è sicuramente il comparto più difficile.
Strana storia, quella della Francia di St. Germain des Prés e degli eroi del jazz, fatta di scambi ed influenze apparentemente impossibili: gli uni assumevano dal jazz la vitalità estrema e irregolare importata dagli estremi e irregolari come Boris Vian (vedi il precedente numero del nostro giornale), gli altri cercavano un’ambita certificazione ed il fermo riferimento della musica colta, entrambi vissero e vivono una passione senza freni, spiegata solo un po’, come tutte le passioni che si rispettino, ed emblematicamente rappresentata dalla vicenda di Miles Davis e Juliette Greco: la cantante dell’esistenzialismo non conosceva una parola d’inglese, meno che mai quello che si parlava a St. Louis più che a Boston e a New York, per Miles il francese era un affascinante enigma. Eppure si amarono alla follia, con gli sguardi, le mani, i gesti.
Poi finì, sappiamo quando, non il come né il perché, categorie dell’indagine sulla vita che le passioni mal sopportano, e Miles lasciò Parigi per tornare a casa, dove ebbe una violenta depressione, e di lì a poco fu intrappolato dall'eroina
Di pochi anni successivo a “Round midnight” lo struggente “Bix” di Pupi Avati, che pone al centro della scena la storia di uno di grandi pionieri del genere, che già nel suo cognome quasi impronunciabile, Beiderbecke, portava in eredità l’Europa della sua famiglia d’origine.
|
Keith Jarrett
Chick Corea
Bill Frisell
Art Ensemble of Chicago
Jan Garbarek
Terje Rypdal
Bobo Stenson
Giorgio Gaslini
|