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Si ringrazia sentitamente il Fotografo Simone Di Luca per aver gentilmente concesso le immagini della serata da lui realizzate www.dilucaphoto.com

Kiss
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Villa Manin Codroipo, Udine. Lunedì 17 giugno 2013

Quest’anno il cartellone estivo della Regione si è arricchito un po’ tardi, e solamente ora gli appassionati possono stare tranquilli dopo tutti gli scongiuri fatti per evitare il peggio dato che in tempi di crisi sembrava quasi dovesse esserci una carestia di eventi live. Il concerto dei Kiss invece era stato annunciato già lo scorso novembre ed era rimasto in lista assieme a pochi altri appuntamenti per diversi mesi.

Il nome della band mascherata avrebbe fatto brillare gli occhi, anche se fosse stato da solo in cartellone, soprattutto se si pensa che sarebbero stati soltanto due i passaggi nel nostro paese. Che festa! Proviamo ad immaginare la vastità di persone di svariata provenienza, anche straniera, che avrebbero invaso Codroipo. Inutile dire che l’appuntamento è di quelli a cui è vietato mancare.

Per loro ricorre l’anniversario numero 40, e Monster, ultimo lavoro di inediti che non mette molto d’accordo i fans, è la ventiquattresima pubblicazione della loro saga, mentre il tour attuale è il trentatreesimo! Non male, davvero invidiabili.

Ammettiamo però che i Kiss oltre ad essere una band, sono un’ottima macchina da produzione di denaro che ha saputo costruire un impero attorno ad essa. Tutto questo è ben celato dietro a musica, sontuosi e sfavillanti tour, oltre che dalle maschere prima di tutto.

Ciò non toglie che piacciono molto, anzi sarebbe meglio dire che catturano l’attenzione. Chissà perché però non esiste una via di mezzo per poterli apprezzare. Fanno parte di quella schiera di band o artisti, che piacciono oppure no. E quelli a cui non piacciono, non li sopportano proprio. Come la critica all’inizio della loro carriera: “Trucco, costumi, musica come la loro? Cos’è sta roba?" Alla fine però hanno vinto loro, i Kiss ovviamente. In un modo o nell’altro si sono imposti e si son fatti strada.

Chiaro è che i personaggi ai quali hanno dato vita hanno giocato un ruolo fondamentale e che i loro make up sono stati di primaria importanza. E così facendo hanno dato il via ad una storia che continua ancora oggi, anche se non possiamo proprio dire che la loro carriera sia stata sempre sulla cresta dell’onda. Anzi, il baratro era ben vicino in diverse occasioni.

I cambi di formazione che hanno iniziato ad avvicendarsi non tanto tardi dal loro inizio, hanno causato molte difficoltà alla band, e non consistevano solamente nella ricerca di nuovi musicisti ma anche con il doversi adeguare alla musica da produrre, sia per scelta commerciale che artistica di ogni elemento, li portava a suoni ben diversi dal loro stampo degli inizi ai quali avevano abituato gli ascoltatori. Le tensioni quindi non sono venute meno già dalle prime teste cadute del “gatto” (Peter Criss), e dell’”uomo dello spazio” (Ace Frehley), troppo intenti ad altre attività ludiche o di svago, che non a frequentare le sale prove.

Fortunatamente le redini del mito dei Kiss sono sempre state nelle mani di Paul Stanley (il figlio delle stelle), e Gene Simmons (il demone), sia per scelte artistiche che commerciali. Si deve forse più al secondo dei due padroni se c’è stato il ritorno sulle scene a metà degli anni ’90, che poi li ha riportati un auge.

Per forza di cose però poco più tardi hanno dovuto rimettersi la maschera. Quella stessa maschera che in tanti gettano e non sono più in grado di indossare nuovamente, loro hanno deciso indossarla ancora. Inutile nascondesi dietro ad un dito, ma tutto ruotava e ruota attorno a quei trucchi simil teatro kabuki giapponese. Le influenze che hanno generato, non sono mancate e quelle maschere non hanno mai messo paura, altrimenti ai loro concerti non si potrebbero vedere bambini che cantano e applaudono. Io stesso da ragazzino, alle scuole elementari ero affascinato da loro, dalla copertina di Dynasty, di Destroyer o dei loro quattro dischi solisti. Mi facevano sognare, anche se l’uomo demone appariva sempre in modo aggressivo. Ma che aggressività riusciva a trasmettere? Penso non siano mai riusciti a terrorizzare nessuno.

Nulla a che vedere con il make up o corpsepaint delle band Black Metal della scena scandinava. Quelle in effetti tanto tranquillo non ti fanno stare. E non diamo per scontato che siano stati proprio i Kiss ad ispirarne l’uso. Qualcuno dice sia stata una band brasiliana di un genere simile, ma uno studio pubblicato verso fine anni ’90 trova le radici del corpsepaint scandinavo nella tradizione pagana germanica. Ora però non divaghiamo ma parliamo di Kiss.

La formula del successo a parer mio è stata azzeccata sin dall’inizio. Non comprenderò mai il motivo per il quale siano stati indigesti. Forse perché troppo scenici per essere Glam, o forse perché troppo teatrali, o da baraccone, per suonare musica Rock. In una parola sola, ridicoli. Troppe cose assieme in un colpo solo senza che nessuno fosse preparato. Ma la gente apprezza quasi da subito e la strada si spiana da sola.

Come dicevo all’inizio, la macchina del commercio che si è messa in moto nel lontano 1973 a Brooklyn per volere di un insegnante elementare (Gene Simmon) e di un tassista (Paul Stanley), è una delle più produttive e remunerative in assoluto che il mondo della musica abbia mai conosciuto.

Nel corso degli anni tutto ciò che poteva portare dollari in cassa, è stato griffato con lo storico logo con la doppia S a fulmine come quelle tedesche della seconda guerra mondiale, che per le prime pubblicazioni in Germania hanno dato non pochi problemi per la distribuzione dei loro dischi.

Magliette, set di make up uno per ogni personaggio, pupazzetti ritraenti la band, bare da morto e urne cinerarie (non ci credete? Visitate il loro sito, non ci credevo nemmeno io), sino al pacchetto Meet & Greet che permette di assistere al sound check dei loro concerti e incontrarli in abito da scena per autografi e foto. Esageratamente inimmaginabile ma vero. Ma se tanto mi da tanto significa che non saranno in quattro gatti (Oooppppsss…ogni riferimento ai fan di Peter Criss, che indossava la maschera del gatto, è puramente casuale), a fare la spesa di queste cose. Quindi con tutto questo vien da pensare che la musica passi in secondo piano. E forse questa critica anche ci sta.

Ma che senso può avere a sessant’anni suonati doversi truccare, indossare armature, fare il mangiafuoco, volare sopra il pubblico, sputare sangue finto e indossare stivali con zeppe Glam? Mi chiedo tutto questo perché mio padre in questi panni non me lo vedo per niente. Ancor più mi ripeto questa domanda se si tratta di ritrovarsi con qualche chilo in più o con qualche problema alla chioma che non è più la stessa di un tempo.

A tal proposito la mia memoria ritorna a Udine, quando vidi gli Ac/Dc nel 2010. Ero seduto in tribuna stampa e da quella posizione si riusciva a vedere il parcheggio dello staff dietro al palco; vidi la band scendere dal furgoncino appena arrivata allo stadio, e già pronta con gli “abiti di scena”. Mi misi a ridere pensando a quello che avrebbe potuto immaginare la gente che non li conosceva, nel caso qualcuno li avesse visti uscire dall’albergo. Cinque capelloni di mezza età di cui uno in canottiera e l’altro in pantaloncini corti e cappellino. Quello che voglio dire è che anche stare lì sopra e fare certi sketch, ha un peso non da poco. Non credo che tutto quel make up sul volto si metta e si tolga con lo schiocco delle dita. E soprattutto non credo che faccia tanto bene alla pelle.

Insomma se dovessimo fare un’equazione potremmo dire che “la gente impazzisce = loro incassano”.

Però ne hanno sfornati di brani belli che son rimasti nella storia. Anche quella God gave Rock and Roll to you, datata 1992, non è proprio dei Kiss perché si tratta di una cover, eppure è un brano che suona molto ancora oggi. Il disco che la conteneva, Revenge, era fuori dai loro schemi non di poco, ma ci si doveva adattare. I was made for lovin you è un emblema per quel periodo, ha segnato un epoca. Non è nemmeno facile poter pescare da una discografia vasta e nutrita come la loro.

La partenza del concerto è affidata a Psycho Circus, brano dell’omonimo disco del 1998 che rivedeva tutti e quattro i “baci” originali assieme nelle vesti di un tempo. O almeno così dobbiamo credere. Siamo solo all’inizio dello spettacolo e la voce dà qualche segno di cedimento. Che peccato.

Ma non ci si abbatte, anzi la voglia di godersi lo spettacolo ce l’abbiamo tutti, perché il divertimento te lo strappano fuori anche se non vuoi. E’ show a 360°. Fumi, lampi, luci, pedane semovibili. Tutto è studiato nei minimi particolari e nulla è fuori posto. Dubito che gli spettacoli possano essere uno diverso dall’altro. Ci deve essere un preciso copione de seguire. E’ esaltante uno spettacolo dei Kiss, soprattutto quanto la batteria di Eric Singer si alza e lui continua a suonare la doppia cassa mentre con le mani verso il cielo fa roteare le bacchette tra le dita. Uno di quei gesti che ogni musicista sa fare con lo strumento che suona. Li fa per il pubblico perché sa che è quello che gli spettatori vogliono. Perché la gente va in delirio per queste cose. Suppongo che per fare i Kiss, bisogna essere nati; una certa dose d’egocentrismo devi averla nel tuo imprinting. Altrimenti certe cose non ti vengono così bene, soprattutto se sei arrivato qualche anno dopo in sostituzione ad altri.

In chiusura la parte più bella dello spettacolo con I wanna Rock and Roll all nigth condita dai cori della gente e coriandoli su tutti gli spettatori, mentre Detroit Rock City e I was made for loving you, riportano indietro di parecchi anni anche chi non c’era ancora o era troppo giovane perché sappia qualcosa, e ricorda soltanto i vecchi filmati con quell'enorme scritta luminosa del nome della band che da dietro la batteria ad intermittenza s’illumina anche questa sera sul palco.

Alla fine non si è certo delusi da uno spettacolo simile. Possiamo fare commenti e critiche sul prezzo da pagare per guadagnarsi da vivere (e che vivere!), ed entrare a far parte del mito, ma basta guardarsi attorno e osservare compiaciuti il nutrito esercito della Kiss Army. Sì, perchè se una madre, assieme ai figli adolescenti (Suzie, Luca e Martina), partecipano tutti e tre al concerto con tanto di magliette e trucco sul viso, uno per ogni personaggio della band, allora il mito assume anche un sapore dolce.

di Cristiano Pellizzaro - La Tana dei Gechi

I Fans

Si ringraziano sentitamente Suzie Radosic, Luca e Martina Pagnut per aver prestato la loro immagine e aver concesso la sequenza di realizzazione dei loro trucchi.

Luca  Pagnut
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Martina Pagnut
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Suzie Radosic
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Suzie, Martina e Luca

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